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28/05/2014
LETTERA DEL PRESIDENTE NAZIONALE DELL'UPPI

Al Sig. Presidente del Consiglio dei Ministri
Matteo Renzi
Palazzo Chigi – Piazza Colonna, 370
00187 ROMA
Al Sig. Ministro dell’Interno
Angelino Alfano
Palazzo del Viminale - piazza del Viminale,1
00184 ROMA
Al Sig. Ministro della Giustizia
Andrea Orlando
Palazzo Piacentini -Via Arenula, 70
00186 ROMA
Al sig. Ministro della Infrastrutture e
dei Trasporti
Maurizio Lupi
piazzale di Porta Pia, 1
00161 ROMA
Ai Parlamentari tutti

LETTERA DEL PRESIDENTE NAZIONALE DELL’UPPI

Egregi Signori,
a nome ed in rappresentanza dell’U.P.P.I., Unione Piccoli Proprietari Immobiliari, della quale mi onoro di essere il Presidente Nazionale sono a rappresentare quanto segue:
l’UPPI, come noto, è una grande Associazione che, sino dalla sua costituzione a Genova il 18 Giugno 1974 tutela ed affianca i cittadini in tutte le problematiche relative alla casa che è un diritto costituzionalmente garantito e che deve restare tale.
L'UPPI, annovera tra i suoi principi fondamentali di cui al noto Manifesto della Piccola Proprietà Immobiliare:
la differenziazione tra la piccola e la grossa proprietà;
la sua naturale collocazione nel movimento sindacale;
il dialogo costruttivo con le organizzazioni sindacali dell'inquilinato;
l'apartiticità, pur nel rispetto del rapporto dialettico e democratico verso tutti i partiti politici operanti nell'ambito della Costituzione;
il collegamento diretto con gli Enti pubblici centrali e periferici per la realizzazione delle istanze della base relative ad ogni provvedimento, contingente o a lungo termine, nel settore immobiliare.
L’UPPI è una realtà ed una forza sindacale che rappresenta in tutto il territorio italiano e all’estero un considerevole ed importante numero di piccoli proprietari, e non è mai stata trascurata nelle consultazioni per la introduzione di nuovi provvedimenti che riguardano la casa o per la modifica di quelli esistenti anche perché ne ha pienamente diritto essendo stata riconosciuta essere a carattere nazionale dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali a sensi della Legge 311/73.
In merito al decreto “Piano Casa”, oggi approvato, tuttavia, stranamente, l’UPPI non è stata assolutamente interpellata, e la mancanza di specifici colloqui diretti ha senza dubbio inciso sull’approvazione di una norma, camuffata da emendamento, ancora una volta palesemente incostituzionale e della quale evidentemente i parlamentati non si sono resi pienamente conto, come purtroppo accade da tempo.
Ho già fatto presente altre volte, che in questo grave momento nel quale l’Italia attraversa senza dubbio uno dei periodi più difficili della sua storia recente il cosiddetto bene rifugio mattone è oggi più che mai fonte di perplessità e problematiche di diversa natura anche e soprattutto economica e fiscale, ma nel momento dell’insediamento di questo Governo davano speranza le dichiarazioni sulla fine del rigore ed dei sacrifici, che si sono necessariamente affrontati e si stanno ancora affrontando, soprattutto all’insegna dell’equità, anche se di equità nel comparto “casa”, me lo si permetta, non se ne è vista molta.
I piccoli proprietari che erano pronti ovviamente ai necessari sacrifici che si prospettavano per fronteggiare la situazione economica, come tutti gli italiani, ma alla luce dei provvedimenti che sono stati emessi, tra l’altro, in palese violazione del dettato costituzionale non possono non evidenziare di essere sempre e solo loro ad essere di fatto unico oggetto di nuove, inique e, senza dubbio, sconvenienti vessazioni che i proprietari, i piccoli proprietari non sono più disposti a sopportare, e decisamente non sopportabili.
Egregi Signori,
la Corte Costituzionale con sentenza n. 50 in data 14 Marzo 2014 ha dichiarato la incostituzionalità per eccesso di delega delle disposizioni dell’art. 3 commi 8 e 9 del Dlvo 14/3/2011 n. 23 che, nell’introdurre la cedolare secca prevedeva che per i contratti non registrati a decorrere dalla regolarizzazione fiscale il conduttore che denunziava al Fisco le omissioni anche parziali da parte del proprietario, in punto di assolvimento degli obblighi relativi alla imposta di registro, sia relativamente alle imposte dirette, otteneva il diritto ad un contratto di quattro anni più quattro, insieme con la fissazione del canone in misura pari al triplo della rendita catastale.
Palese il duplice effetto perverso delle predetto norme che oltre a causare conseguenze devastanti alla categoria dei proprietari non hanno certo provocato alcun aumento del gettito fiscale visto che, per otto anni il canone veniva commisurato ad un importo quasi sempre irrisorio, con ciò tradendo la loro stessa finalità di recuperare il minor gettito fiscale conseguente alla introduzione della cedolare secca. Dette norme erano spiegabili soltanto con la volontà di inserire una sanzione di tale gravità, (collegata alla delazione da parte del conduttore, il quale riceveva in cambio un vero e proprio premio), che si sarebbe diffuso un clima di timore tale da scoraggiare il mancato adempimento dei proprietari alle proprie obbligazioni nei confronti del fisco. E palese la incostituzionalità di tali norme anche in ordine, specificatamente, agli artt. 76 e 2 l. 42/2009, in riferimento allo Statuto dei Contribuenti l. 212/2000 che all’art. 10 co.3 prescrive che “le violazioni di disposizioni di rilievo esclusivamente tributario non possono essere causa di nullità del contratto”.
L’UPPI certamente non sostiene e non vuole giustificare in alcun modo qualsiasi violazione fiscale e non vuole eludere la legge o ingannarla ma sente l’esigenza di affermare che vi è assoluta necessità di un pieno rispetto della Costituzione anche per favorire l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione I nostri valori e la nostra coscienza ci impediscono pertanto di accettare ulteriori vessazioni manifestatamente contrarie ai principi intangibili della Costituzione Italiana, particolarmente se confermate nel tempo.
E’ noto ed istituzionale (forse sarebbe meglio introdurre di nuovo l’insegnamento della Educazione Civica nelle scuole dell’obbligo) che dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza della Corte Costituzionale sulla Gazzetta Ufficiale è fatto divieto di considerare efficace la legge; ed è noto che si tratta di un divieto erga omnes che non ammette ignoranza, basata sulla presunzione di conoscenza che discende dalla pubblicazione predetta (Cfr. per tutti G. ZAGREBELSKY, La giustizia costituzionale, Imola, 1988, pag. 262). Dopo la dichiarazione di incostituzionalità di una legge decisa dalla Corte, cessa la soggezione dell’Autorità alla legge riconosciuta invalida, e questa cessa di valere non solo come norma dei fatti futuri, ma anche come criterio di valutazione dei fatti passati, sicché questi sono da giudicare, quando siano ancora suscettibili di giudizio, come se la norma di legge non fosse mai esistita. Si tratta di un effetto di annullamento puro e semplice, che cancella la norma incostituzionale dall’ordinamento giuridico.
La dichiarazione di illegittimità costituzionale (avuto riguardo al precetto costituzionale violato, alla disciplina dettata dalla norma riconosciuta costituzionalmente illegittima e alla natura del rapporto disciplinato da quest'ultima) ha efficacia ex tunc - gli effetti della declaratoria di illegittimità costituzionale di una norma di legge sono disciplinati dall'art. 136 della Costituzione, ai cui sensi la norma dichiarata illegittima appunto "cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione - salvo il limite degli effetti irrevocabilmente prodotti dalla norma incostituzionale (situazioni e rapporti divenuti incontrovertibili per il maturarsi di termini di prescrizione o di decadenza, o perché definiti con giudicato, etc.), e comporta pertanto la caducazione degli effetti non definitivi e, nei rapporti ancora in corso di svolgimento, anche degli effetti successivi alla pubblicazione della sentenza della corte costituzionale.
E’ anche pacifico che la dichiarazione di incostituzionalità opera ineluttabilmente, come detto, erga omnes, anche fuori dell’ambito del rapporto processuale in cui è stato sollevato l’incidente di incostituzionalità.
Ciò posto, il giudicato costituzionale NON può essere violato da alcuno, ed il giudicato costituzionale è violato non solo quando il legislatore emana una norma che costituisce una mera riproduzione di quella già ritenuta lesiva della Costituzione, ma anche laddove la nuova disciplina miri a perseguire e raggiungere comunque esiti corrispondenti, cioè quando mira a disciplinare sotto il profilo sostanziale in modo analogo la materia regolata dalle norme precedentemente dichiarate incostituzionali e dunque, per ciò stesso, viola l'art. 136 Cost., peggio ancora se procrastina nel tempo, gli effetti di norme che nel nostro ordinamento NON esistono più !!
Nota, tra l’altro, è la sentenza n. 350 in data 3/12/2010, nel giudizio di legittimità costituzionale instaurato, tra l’altro, dal Presidente del Consiglio allora in carica con ricorso notificato il 5-9 marzo 2010, depositato l'11 marzo 2010 con la quale si eccepiva che la disposizione legislativa della Provincia di Bolzano oggetto di quel giudizio violava l'art. 136, primo comma della Costituzione., in quanto aveva introdotto una disposizione sostanzialmente identica ad altra già dichiarata incostituzionale
La Corte Costituzionale ribadiva che aveva piú volte affermato (ex multis, sentenze n. 262 del 2009, n. 78 del 1992, e n. 922 del 1988) che, perché vi sia violazione del giudicato costituzionale, è necessario che una norma ripristini o preservi l'efficacia di una norma già dichiarata incostituzionale. In particolare, nel chiarire la portata del primo comma dell'art. 136 Cost., la Corte ha precisato che il rigore del citato precetto costituzionale impone al legislatore di "accettare la immediata cessazione dell'efficacia giuridica della norma illegittima", anziché "prolungarne la vita" … e che “le decisioni di accoglimento hanno per destinatario il legislatore stesso, al quale è quindi precluso non solo il disporre che la norma dichiarata incostituzionale conservi la propria efficacia, bensì il perseguire e raggiungere, "anche se indirettamente", esiti corrispondenti a quelli già ritenuti lesivi della Costituzione” (sentenze n. 223 del 1983, n. 73 del 1963 e n. 88 del 1966).
Non vi è necessità di molti commenti o di particolari interpretazioni. E non vi è necessità di ribadire che il predetto art. 136 della nostra Costituzione, non ancora modificato per fortuna, DEVE ESSERE RISPETTATO DAL LEGISLATORE E DAI PARLAMENTARI TUTTI.
Non è stato così.
E gravissimo appare quanto posto in essere con l’approvazione dell’emendamento (che non riguardava tra l’altro in alcun modo il decreto Piano Casa) proposto dall’On. Mirabelli a salvaguardia – si noti – degli effetti di disposizioni in materia di contratti di locazione (cioè dell’art. 3 commi 8 e 9 del Dlgs n. 23/2011, norma DICHIARATA INCOSTITUZIONALE dalla Corte!!)
Dispone assurdamente, e quanto mai incredibilmente, l’emendamento divenuto art. 5 comma 1 ter in sede di conversione del DL 28/3/2014 n. 47:
“Sono fatti salvi, fino alla data del 31 dicembre 2015 gli effetti prodottisi e i rapporti giuridici sorti sula base dei contratti di locazione registrati ai sensi dell’art. 3 commi 8 e 9 del decreto legislativo 14 marzo 2011”.
Pertanto, nonostante nel nostro ordinamento la sopracitata norma non esista più – con decorrenza dalla sua entrata in vigore - a seguito della dichiarazione di incostituzionalità, fino al 31 dicembre 2015 gli effetti prodottisi ed i rapporti giuridici sorti sulla base dei contratti di locazione rientranti in detta norma in ogni caso sarebbero salvati.
E questa ulteriore illegittima disposizione, che prolunga nel tempo gli effetti di disposizioni già dichiarate incostituzionali in una anteriore decisione costituzionale e che dunque è finalizzata esclusivamente a raggiungere “esiti corrispondenti” e che viola palesemente il dettato dell’art. 136 della Costituzione, è stata approvata nonostante la Commissione Affari Costituzionali abbia correttamente fatto presente l’esistenza di questa problematica ai deputati.
I piccoli proprietari, me vi verrà consentito per quanto sopra detto, si sentono veramente presi in giro e, di certo, ancora una volta non tutelati in alcun modo da alcuno e meno che meno, purtroppo, da questo Governo e da questo Parlamento, in cui si cercato e si è tentato di credere ma, ancora una volta, invano.
Egregi Signori,
i proprietari di casa, i piccoli proprietari di casa NON possono continuare ad essere considerati dallo Stato Italiano solo come “limoni da spremere” e continuare solo a pagare per il solo fatto di avere acquistato, spesso con enormi sacrifici un immobile.
Egregi Signori,
i proprietari di casa, i piccoli proprietari di casa che, senza dubbio, sono quelli che hanno contribuito alla rinascita del nostro paese dopo la guerra e che hanno fornito anche alle classi meno abbienti la possibilità di trovare quell’alloggio che le istituzioni non erano in grado di fornire NON possono sobbarcarsi ulteriormente, e sine die, il gravoso peso di un risanamento economico italiano senza mai avere in cambio NULLA e il NIENTE, ma solo manovre impostate sulla sovratassazione a tutti i livelli della casa che così come impostata serve solo ad impoverire ulteriormente il paese, i piccoli proprietari, e uno dei carri portanti della nostra economia, il settore immobiliare.
Neanche una sacrosanta sentenza della Corte Costituzionale ha impedito a lor signori di continuare a porre in essere una ulteriore manovra contro i proprietari in violazione dello stesso dettato costituzionale.
Una simile manovra non può pertanto essere assolutamente condivisa dall’UPPI, che provvederà immediatamente a dare corso a quanto è in suo potere, in primis nelle aule giudiziarie, attraverso i mezzi di informazione e con manifestazioni ad hoc affinché venga posto nel nulla questo attacco ai principi costituzionali che non possono e non devono “mai” venire meno a garanzia di quanto la stessa Costituzione prevede per la proprietà immobiliare, per i proprietari, per i piccoli proprietari di casa.
Egregi Signori,
non ci sarà allora da stupirsi quando i proprietari di casa, che dovranno subire, sino ad una nuova pronuncia della Corte Costituzionale i devastanti effetti di una norma ancor più incostituzionale di prima quale quella del citato art. 5 1 ter della conversione in legge del DL n. 47/2014 daranno inizio nei confronti dello Stato Italiano e, se potranno, dei suoi rappresentanti che hanno approvato una norma di legge pur essendo a conoscenza della sua incostituzionalità, alle opportune azioni di risarcimento del danno
Auspico allora, e mi rivolgo a Lei, Signor Presidente del Consiglio, sperando che almeno Ella voglia prestare ascolto alla voce dell’UPPI, che il Suo governo, melius re perpensa, voglia rimediare a questo monstrum cui è stato dato luogo con l’approvazione dell’emendamento di cui sopra, al fine di riportare quanto meno nell’ambito della legalità costituzionale il provvedimento di conversione in legge del DL denominato Piano Casa.
E auspico che abbia maggiori strumenti per individuare in concreto soluzioni meno gravose per i piccoli proprietari, e più idonee a garantire il rispetto della Costituzione favorendo ed agevolando il risparmio per la proprietà dell’abitazione cui è legata l’edilizia che è uno dei più importanti cardini dell’economia nazionale: e mi riferisco a tal proposito anche al concetto di “morosità incolpevole” introdotto negli ultimi tempi ma che non viene dichiarato a seguito di un corretto giudizio civile, bensì dai Comuni con addirittura graduazione degli sfratti da parte dei Prefetti nonostante che anche in merito si sia già espressa da tempo la Corte Costituzionale rilevando la incostituzionalità di una simile ingerenza.
Già oggi si sono aggravati i segnali di impoverimento generale ed in particolare per quelle categorie che più di altre ruotano intorno al bene casa (mediazioni e compravendite immobiliari in crollo, mancanza di manutenzioni agli edifici con inevitabili invecchiamenti delle città, settore edilizio gravemente fermo o seriamente in difficoltà con conseguenti licenziamenti delle maestranze delle imprese, amministratori di condominio in crisi per l’aumento delle morosità dei condomini sia per quanto attiene le spese di gestione che quelle di riscaldamento) che impongono una seria riflessione del governo ed una diversa impostazione nella materia.
Per parte nostra, Le garantiamo Signor Presidente, sin d’ora impegno e disponibilità, in considerazione all’esperienza quarantennale dell’UPPI nel settore casa con scrupolo ed abnegazione, quali promotori di appropriate soluzioni per la istituzionale tutela della proprietà immobiliare e dei piccoli proprietari, ed anche per quanto attiene le problematiche condominiali con riferimento alla nuova legge sul del condominio.
Auspico infine che tutto quanto detto sopra non venga cestinato, come avvenuto a volte in passato, perché questa volta i proprietari di casa, i piccoli proprietari di casa, non sono disponibili a farsi cestinare; perché sono veramente stanchi e non ce la fanno più non avendo più risorse di alcun genere. Pensi Signor Presidente ai piccoli proprietari (quelli veramente piccoli) molti dei quali vivono di pensione - perché i giovani non riescono nemmeno ad accedere all’acquisto di una casa – che a malapena riescono a fare fronte alle spese di condominio e non sanno come fare per pagare le tasse gravanti sull’immobile dovendo scegliere se pagare le une o le altre; e peggio ancora alle morosità di un alloggio acquistato con i sacrifici di una vita e locato per avere un piccolo reddito e che non sanno come gestire le morosità dei propri inquilini (che addirittura vengono chiamate incolpevoli).
Signor Presidente, non sarebbe meglio pensare che oltre all’incolpevolezza della morosità dell’inquilino – a volte di comodo – c’è la sicura incolpevolezza del proprietario che non riesce a pagare tasse e spese laddove è costretto a subire la morosità ?
Signor Presidente, non sarebbe meglio forse, invece del provvedimento di proroga degli effetti di una norma incostituzionale, pensare di sgravare dalle tasse i piccoli proprietari che subiscono una morosità incolpevole ?
Nell’attesa, in ogni caso, i piccoli proprietari daranno corso immediato a quanto sopra detto perché la Costituzione va rispettata da tutti, perché le sentenze della Corte Costituzionale vanno rispettate da tutti, anche e soprattutto dal legislatore, perché le sentenze della Magistratura vanno rispettate da tutti e perché anche i piccoli proprietari ed i loro sacrifici vanno rispettati ed oggi, una volta di più non sono stati rispettati.
E così non si può continuare.

Il Presidente Nazionale
Avv. Gabriele Bruyère